mercoledì 25 gennaio, 2017
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Quando Renzi consigliava di investire nel Monte dei Paschi

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Quando Renzi consigliava di investire nel Monte dei Paschi

Il Monte dei Paschi di Siena? “Un affare“. Parola di Matteo Renzi, che nel corso della trasmissione Faccia a Faccia parlò dell’istituto di credito senese che affronta una difficile ricapitalizzazione. “Il 22 gennaio lei diceva che la banca era risanata e che investire era un affare”, fa notare al presidente del Consiglio il conduttore Giovanni Minoli. “Lo penso tutt’ora – risponde senza esitazione il premier – e credo che se ci sia un investitore italiano o straniero che voglia investire nella banca sia un affare”.

Ottimismo ora sparito, perché il 26 dicembre, Monte dei Paschi di Siena ha detto di aver ricevuto una lettera in cui la Banca Centrale Europea le chiede di raccogliere 8,8 miliardi di nuovo capitale. Si tratta di quasi 4 miliardi di euro in più rispetto alla cifra che la banca stava cercando di raccogliere prima che l’operazione con capitali privati fallisse e lo stato fosse costretto ad annunciare un intervento pubblico per salvare la banca. Di questi 8,8 miliardi di euro, al momento, sembra che circa 6,4 saranno soldi pubblici.

Il piano di salvataggio, da Ilpost.it

In sostanza, lo stato entrerà nel capitale della banca, diventandone l’azionista di maggioranza e diluendo (cioè riducendo di valore e importanza) tutti gli altri azionisti. Al momento, lo stato dovrebbe acquistare nuove azioni della banca per 4,4 miliardi di euro, la metà della cifra richiesta dalla BCE per mettere in sicurezza i conti dell’istituto. Il resto arriverà dalla conversione in azioni di obbligazioni subordinate, un tipo di debito particolarmente rischioso che la banca ha sottoscritto con risparmiatori privati e investitori istituzionali (altre banche, assicurazioni e fondi di investimento).

Gli obbligazionisti dovranno partecipare al salvataggio della banca a causa delle nuove regole europee, la cosiddetta direttiva BRRD che regola come i governi devono comportarsi con le banche in crisi. La ragione di questa direttiva è far sì che i proprietari della banca, cioè gli azionisti, e chi ci ha investito, cioè gli obbligazionisti, contribuiscano al salvataggio, in modo che il peso dell’intervento non ricada soltanto sullo stato e quindi sui contribuenti.

Quanto costerà il salvataggio
L’operazione di salvataggio è resa più complicata da un problema di tipo “politico”. Metà delle obbligazioni subordinate sono state sottoscritte da circa 40 mila risparmiatori privati, cioè comuni cittadini che potrebbero vedere le loro obbligazioni subordinate trasformate in azioni. Da investitori, quindi, i risparmiatori si troveranno trasformati in proprietari della banca, con quote molto ridotte che danno diritti a rendimenti più bassi e sono molto più esposte al rischio. Ovviamente gli investitori, soprattutto quelli privati, non sono felici di questa soluzione, che è simile a quella adottata per gli obbligazionisti delle quattro banche popolari salvate nell’autunno del 2015, e che portarono a manifestazioni e proteste, anche da parte delle opposizioni in parlamento.

Il governo vuole evitare un simile contraccolpo di immagine e quindi ha elaborato un complesso meccanismo per assicurarsi che almeno i privati detentori di obbligazioni subordinate non siano coinvolti nell’operazione. Stando al piano elaborato al momento, i privati saranno coinvolti nel salvataggio, ma soltanto in un primo momento: le loro obbligazioni saranno scambiate con azioni, ma in un secondo momento saranno scambiate nuovamente con altre obbligazioni di pari valore in un’operazione che non dovrebbe comportare alcune perdita per loro. Questa operazione costerà in tutto circa due miliardi di euro. Il costo totale del salvataggio di MPS per lo stato sarà quindi di 4,4 miliardi di euro, più due miliardi di euro per restituire le obbligazioni agli investitori privati. In tutto, l’operazione dovrebbero costare 6,5 miliardi di euro. Aggiungendo i circa 2,4 miliardi che arriveranno dalla conversione delle obbligazioni subordinate degli investitori istituzionali, che non saranno rimborsati, si arriva agli 8,8 miliardi di euro richiesti dalla BCE.

Insomma, come detto da Renzi a inizio 2016, investire in Monte dei Paschi è stato proprio un bell’affare. Quel giorno le azioni Mps erano quotate a 0,75: 7mila 500 euro per 10mila azioni. «Oggi la banca è risanata, e investire è un affare. Su Mps si è abbattuta la speculazione ma è un bell’affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata, è un bel brand. Forse in questo processo che durerà qualche mese deve trovare dei partner perché deve stare insieme ad altri», le parole di Renzi a Porta a Porta.

Passano i mesi, il titolo precipita, e il segretario del Partito democratico prova a prendere nuovamente in giro gli italiani, sempre dall’accomodante Vespa. Il 6 settembre Renzi rilancia: «Ci sono le condizioni perché l’aumento di capitale si faccia entro l’anno», dice il premier, che continua: «Non faccio i consigli per gli acquisti. Io non investo in Borsa. Io da questo salotto dissi che se un soggetto si fosse voluto comprare Mps avrebbe potuto farlo a condizioni ottime e lo confermo. Mps è la banca più antica d’Italia, ha un passato ma ha anche un futuro». Quel giorno Mps viene quotata 0,23, meno di un terzo del primo consiglio per gli acquisti targato palazzo Chigi: chi avesse preso per buono quell’ «investire è un affare» di Renzi avrebbe perso gran parte del capitale.

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