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L’islamico terrorista super ricercato nel 2011 diede fuoco al centro di accoglienza di Lampedusa

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L’islamico terrorista super ricercato nel 2011 diede fuoco al centro di accoglienza di Lampedusa

BERLINO – L’islamico super ricercato per la strage di Natale  Anis Ben Amri, diede fuoco al centro di accoglienza di Lampedusa nel febbraio del 2011. Scontò una ridicola pena in carcere, ma dopo nessuno si premurò  di ricacciarlo in Tunisia.

Roma, 22 dicembre 2016 – Anis Ben Amri, alias Ahmed Zaghloul, alias Anis Amir, alias Ahmed Zarzour, alias Ahmed Al-Masri, alias Mohamed Hassa, 24 anni oggi, è una vecchia conoscenza della polizia e delle carceri italiane. L’uomo dai dodici alias e dalle tre nazionalità (tunisina quella vera, egiziane e libanese di etnia palestinese le altre due) giunse a Lampedusa nel febbraio del 2011 a bordo di uno dei tanti barconi che fuggivano dopo la fine del regime di Ben Alì. Anis non era però un figlio della rivoluzione dei gelsomini, ma un giovane criminale con piani precisi per il suo futuro: per questo camuffò la sua identità. Era maggiorenne da tre mesi, e con già sulle spalle una condanna a 5 anni in contumacia per una rapina a mano armata e altre denunce per furti e traffico di alcoolici. Era un ragazzo di strada, che suo padre Mustapha e sua madre Nour – famiglia numerosa la loro, sei figli – non erano riusciti a tenere a freno.

Ma all’identificazione storpiò il nome in Anis Amir, si dichiarò diciassettenne e nato a Tataouine, nel sud della Tunisia (quando in realtà è nato a el Oueslatia, governatorato di Kairouan). Lo tennero nel centro di Lampedusa fino al 20 settembre di quell’anno quando assieme a un gruppo di suoi connazionali partecipò a una rivolta che diede alle fiamme e distrusse la struttura. Trasportato assieme ai suoi connazionali a Sigonella fu processato e condannato a quattro anni per danneggiamento a seguito di incendio, minacce, lesioni e appropriazione indebita. Fu detenuto nel carcere di Piazza Lanza a Catania e poi all’Ucciardone di Palermo dove gli venne puntualmente applicata da parte dell’amministrazione penitenziaria il trattamento riservato ai soggetti pericolosi.

Dal carcere palermitano uscì nella primavera 2015 e venne condotto al Cie in attesa del riconoscimento da parte delle autorità tunisine, che è obbligatorio per procedere al rimpatrio forzoso. Il riconoscimento però non è mai arrivato e, dicono al Viminale, «trascorsi i termini di legge, al tunisino è stato notificato il provvedimento di allontamento dall’Italia». Verso la Tunisia, ovviamente, ma Amir ha preferito andare verso nord, in Germania, dove lo attendevano le cattive amicizie dei circoli salafiti tunisini, che lo avrebbero condotto alla corte di Ahmad Abelaziz, alias Abu Walaa, il predicatore che ad Hildeshim, prima del suo arresto maturato lo scorso 8 novembre, era diventutato il referente e maggior reclutatore dell’Isis in Germania. In Italia polizia di prevenzione, servizi e Dipartimento penitenziario sottolineano che tutto quel che si doveva e poteva fare è stato fatto. Compreso informare gli altri Paesi europei. «L’Italia – diocono fonti investigative qualificate – inserì nella banca dati del Sis, il sistema di informazione Schengen, tutte le informazioni su Anis Amri: sia la notizia della condanna, sia il provvedimento di espulsione che le note relative ai comportamenti tenuti al Cie e in carcere dal tunisino»

 

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