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Jihadisti Italia, è caos: arrestati con l’accusa di terrorismo, uno su 4 è scarcerato

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HANNO SCARCERATO PERSINO “HITLER”. Così infatti gli amici chiamavano il curdo iracheno Ibrahim Jamal: pericoloso jihadista per i carabinieri del Ros, vittima di un incredibile errore giudiziario secondo il pubblico ministero di Trento. Dopo che a novembre nome e soprannome di Jamal avevano fatto il giro del mondo per definire l’uomo di punta del gruppo del mullah Krekar, predicatore che dalla Norvegia reclutava mujaheddin per Al Ansar al Islam, i magistrati hanno annullato l’arresto di “Hitler” e quello di altri 7, su 17 catturati nell’operazione che aveva sgominato «una pericolosa associazione terroristica» a Merano. Un caso, questo, che racconta il cortocircuito del sistema giudiziario italiano in materia di terrorismo: il 20 per cento degli arrestati nello scorso anno è già stato liberato.
DETENUTI PER IL 270 BIS
Delle 23 persone finite in carcere nel 2015 per 270 bis (l’articolo del codice penale che punisce chi si associa a gruppi terroristici nazionali o internazionali, oppure si offre come reclutatore) cinque sono uscite dopo poco. Avevano sbagliato le procure? O c’è un ”baco” nei tribunali? È intorno a questa domanda che si sta muovendo in questi giorni di grande tensione il dibattito all’interno della stessa magistratura.
Secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, lo scorso anno sono stati scarcerati 19 accusati di terrorismo. Ebbene, di questi 19 ben 10 sono fuori non perché hano espiato la pena (vero solo in 3 casi) o gli sono stati concessi i domiciliari (5 casi), ma perché per legge non potevano più essere tenuti in prigione. In cinque casi, infatti, erano scaduti i termini della custodia cautelare: processo troppo lungo, il giudizio si attende in libertà.
In altre quattro occasioni l’arresto è stato revocato, cioè l’accusa di terrorismo è franata davanti al tribunale del Riesame, perché evidentemente non era abbastanza solida. In un caso, infine, l’arresto non è stato convalidato dallo stesso giudice per le indagini preliminari. Dieci su diciannove sono stati liberati prima che un tribunale decidesse se si trattava di terroristi oppure di innocenti: o non dovevano uscire dal carcere, o non dovevano proprio entrarci.
A ROMA TERRORISTI, A TRENTO NO
Considerata la delicatezza del tema c’è qualcosa che non torna. Astolfo di Amato è, tra gli avvocati italiani, un decano,e si è trovato a difendere Alma Shalabayeva nel famoso caso della deportazione. Di fronte ai dati delle scarcerazioni, allarga le braccia: «Si apre un interrogativo: sono state le forze di polizia ad aver svolto indagini superficiali, o è l’autorità giudiziaria ad aver usato un metro di misura più lassista?».
La seconda ipotesi pare avere una sua solidità proprio nella storia della presunta cellula meranese del mullah Krekar. L’inchiesta del Ros è partita nel 2010 ed è stata coordinata dalla procura di Roma. Un gip della capitale, a novembre, dopo aver letto l’enorme mole di atti acconsente alla cattura dei 17 sospettati. Quando però il fascicolo per competenza passa a Trento, cambia la musica. Il procuratore capo Giuseppe Amato, di fatto, non crede al lavoro svolto dai colleghi. Nel firmare rapidamente la richiesta di archiviazione per 8 indagati, fa a pezzi il lavoro dell’altro ufficio: «Non ci si può accontentare di contatti episodici a mezzo del computer», «non basta la generica adesione all’ideologia», «sono segmenti di condotta neppure commessi in territorio italiano».
Chi era un presunto terrorista a Roma, diventa l’oggetto di una svista giudiziaria a Trento. Dunque, da liberare al più presto.
IN CALABRIA, LA GUANTANAMO D’ITALIA
«Il problema è serissimo — osserva Roberto Rossi, magistrato antiterrorismo di Bari, già membro del Csm — in altri paesi basta aver combattuto in Siria o Iraq per avere la prova e sostenere un processo, in Italia c’è bisogno che il soggetto combattente partecipi effettivamente al gruppo terroristico o compia un reato sul nostro territorio».
Ma quanti sono, oggi, i detenuti per terrorismo islamico? Ci sono 38 accusati di 270 bis nel sistema penitenziario italiano. Di questi, 18 sono ospitati nella struttura di Rossano (Cosenza), già definita «la Guantanamo d’Italia ». Da due giorni, e non è un caso, è arrivato l’esercito a presidiare l’area per il timore di attentati a seguito dei fatti di Bruxelles. Il ministro dell’Interno Alfano, nella conferenza stampa di fine anno, aveva parlato però di 259 arrestati nel 2015 «per fatti legati al ter- rorismo»: in realtà quelli con l’accusa specifica sono stati solo 23 (e 5 sono usciti pochi giorni dopo essere entrati), i restanti sono indagati per reati di “contorno” quali immigrazione clandestina, rapina, spaccio, furti, anche se hanno avuto un qualche contatto con presunti gruppi terroristi. Contatti che, è l’allarme della Direzione nazionale antiterrorismo, avvengono spesso in cella. Sono 400 i detenuti a rischio radicalizzazione. Non sono “dentro” per il 270 bis, ma hanno manifestato segnali di potenziale adesione al salafismo più estremo. Anche per questo il Dap ha firmato un protocollo con l’Unione delle comunità islamiche per selezionare imam “certificati” col compito di guidare la preghiera de i 7mila detenuti musulmani: «Perché su un diritto intoccabile come la preghiera — dicono dal Dap — non ci possano essere equivoco».

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