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Clochard per colpa della crisi, ogni giorno in Italia ci sono 615 nuovi poveri. ”SE SEI ITALIANO SEI DISCRIMINATO”!

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Ogni giorno in Italia ci sono 615 nuovi poveri. Il nostro inviato ha voluto dare un volto alle statistiche, e ha trovato questa storia. La storia di un uomo che aveva una vita normale — un lavoro, moglie e bambini — e ha perso tutto per la crisi. Da due anni vive per strada. «Ma ora ho un impiego da 60 euro alla settimana»

Dice: «Chiamami Biancaneve». Ha pochi denti, barba brizzolata di tre giorni (non per moda), capelli raccolti sotto un cappelletto di pelle, gilet rosso, jeans agonizzanti, aria da vecchio gatto del Colosseo. La strada non lo ha spezzato: l’ironia gli ha fatto da scudo, lampeggia talvolta urticante dietro gli occhialini; non è banale che uno nelle sue condizioni incuta rispetto. La faccenda dell’anonimato è per i figli, dieci e cinque anni, che stanno a Bologna e non devono sapere. «Ora risparmio, sai? Prendo 60 euro a settimana e ne metto via 20, ora. Ogni mese vado su a trovarli e così ho due soldi in saccoccia, dico che lavoro, li porto a prendere il gelato».

Dal precipizio della miseria alla speranza

E’ sardo, di un paesino di quattromila anime in provincia di Cagliari, «se ti dico come si chiama mi sgamano subito»; 51 anni da compiere, a Roma da quasi due. «Ora» è una parola che sa di risalita, lui è una specie di statistica fatta uomo. «Eh sì, quelli dell’Istat mi danno la caccia», ride. La sua caduta culmina nel 2013, anno di massima sofferenza degli italiani per effetto della crisi, 615 nuovi poveri al giorno secondo l’ufficio studi di Confcommercio. «Ora» gli pare quasi di poterne uscire: e da due anni il precipizio verso miserie assolute e relative s’è fermato, ci dicono i grandi numeri, non va proprio meglio ma nemmeno peggio. «Ora» lui l’hanno preso all’accettazione del magazzino di via del Porto Fluviale, non proprio un impiego ma quasi. Lì quelli di Sant’Egidio raccolgono abiti usati. Si sente meno povero raccogliendo abiti per i poveri. Loro gli hanno aperto la porta. «Però chiamami barbone», dice. «Ché quello sono, finché non avrò un lavoro vero, ma alla mia età non si trova. Sarò sempre un barbone» (nella foto Ansa, un barbone dorme seduto su un carrello per il trasporto dei bagagli oggi alla stazione Termini di Roma).

Tre volte la settimana con Sant’Egidio

Tre volte la settimana viene qui, alla mensa di Sant’Egidio, dove una targa per Modesta Valenti ricorda l’inizio di tutto, nel 1983: la morte per inedia e incuria di una clochard alla stazione Termini, la vergogna di scoprire che si muore così nel centro di Roma. La nuova storia di via Dandolo 10, sopra viale Trastevere, dietro il palazzone del Miur, comincia dalla reazione a questa vergogna: questo non è un indirizzo qualsiasi, il destino ama i cortocircuiti. «Qui si stampava Lotta Continua», racconta Augusto D’Angelo, professore di Scienze politiche alla Sapienza e volontario di lungo corso. Gli invisibili, che la rivoluzione degli uomini non ha riscattato, stanno in fila qui, a volte in sette o ottocento, fino a millequattrocento al giorno, non solo per fame di cibo. «Qui si creano percorsi d’amicizia. La loro vera fame è essere chiamati per nome e non con un ‘ahò, levate!’. E’ fame di identità» (un immigrato alla mensa di Sant’Egidio a Roma).

Identità celata per proteggere i figli

Lui, che l’identità se la nega per i figli, spicca col gilet e il cappelletto nella fila silenziosa, in lento movimento verso le due grandi sale del refettorio, tra inseparabili borsoni e valigie trascinate ovunque perché contengono vite intere, ciò che ne resta. E’ uno dei tre italiani su dieci che adesso vengono alla mensa (fino a qualche anno fa nove su dieci erano stranieri). In Sardegna suo padre faceva il muratore, «ho seguito… le sue orme, sono carpentiere. Beh, sarei carpentiere». Ha cominciato a tredici anni nei cantieri, però ha preso anche il diploma di perito elettronico. Dopo il militare, ha chiuso col paesino. Morti i genitori, morto un fratello, nessun legame. «Ho girato il mondo col mio lavoro. Dubai, Tripoli, Abu Dabi, Rabat, guadagnavo pure seimila euro lordi al mese. Incredibile, eh? Ho messo famiglia, a Bologna, la mia compagna era sarda come me, abbiamo fatto due figli, un mutuo per la casa, in centro. E’ andata così fino al 2012». Poi l’azienda chiude, licenzia lui e i 24 operai del suo gruppo, riapre con un’altra ragione sociale, «e prende tutti rumeni, a un terzo di quello che davano a noi». Storia vista molte volte. (sotto, nella foto Jpeg, poveri in attesa di entrare in una struttura di Sant’Egidio a Roma)

Discriminato: «Se sei italiano non puoi sgarrare»

Gli stranieri non gli piacciono. «Li trattano meglio, alla fine, se sei nero e dai di matto o ti ubriachi sono comprensivi, se sei italiano non puoi sgarrare». Tra ultimi e penultimi la solidarietà è spesso una favola consolatoria. Per lui la rovina si materializza in dodici mesi, tra il 2012 e il 2013. Quando ci si accorge di diventare una piccola storia dentro i grandi numeri? Quando si scopre di essere il seicentoquindicesimo nuovo povero di una stramaledetta giornata? «Quando i soldi della liquidazione finiscono e in quattro non tiri avanti. Apri il frigo, non c’è la carne, non puoi comprarla» (nella foto Jpeg, senzatetto stranieri in coda alla mensa di Sant’Egidio a Roma).

«Casa mia l’ho affittata: così pago loro gli alimenti»

Nel 2014, l’Istat fissa a 1.623 euro e 31 centesimi al mese la soglia di povertà assoluta per una famiglia di due adulti e due bambini in aree metropolitane del Nord. «Beh, io ti dico per esperienza che duemila euro non bastano, sarà stata… povertà relativa! Ma ci odiavamo. Bollette, rate, i bambini che… accidenti se costano! Bussavo ma tutte le ditte mi rispondevano picche, pigliavano solo rumeni! Stavo sclerando coi figli, ma non li ho mai toccati. Con la mia compagna sì, ci siamo messi pure le mani addosso, cioè più che altro io a lei, ma non scriverlo. Niente più quattrini, niente più amore. Allora ho messo loro in sicurezza. Avevo estinto il mutuo, ho intestato la casa ai bambini, ne ho affittato un pezzo e ho dato a loro i soldi come alimenti, sono barbone ma mica scemo, se faccio una cavolata loro non devono pagarne conseguenze. La mia compagna s’è rimessa a lavorare, faceva l’infermiera. E io me ne sono andato. Il 15 agosto 2014 sono sceso dal treno alla stazione Termini. Ero a Roma, non avevo lavoro, avevo 500 euro in tasca, un cambio nello zainetto e un sacco a pelo».

Il letto sulla panchina al binario 23

Il nuovo letto è quel sacco a pelo su una panchina di marmo grigio, al binario 23, l’ultimo a destra, quello dei treni laziali. A Roma sono ottomila i senza fissa dimora, duemila e cinquecento dormono per strada. «La prima sera? Beh, dovresti provarci, è un’avventura… arrivavo prima di mezzanotte, andavo via alle sei, adesso non ti fanno più entrare ma allora si poteva. Ho fatto amicizia con Roberto, sardo come me: è morto a dicembre scorso, aveva il diabete, gli avevano tagliato una gamba. Lo chiamavano Il Cuoco, perché cucinava col fornelletto al binario 6. Era lì da vent’anni. Già lo vedevo, prima, quando avevo i soldi e prendevo il treno da passeggero. Gli davo qualcosa, pure 10 euro, c’era simpatia. Quando m’ha trovato in mezzo a loro, m’ha sorriso: benvenuto nella compagnia. Mi ha insegnato tutti i trucchi, a evitare le risse e i pazzi, a stare alla larga. Io avevo ‘sa pattana’, il coltello di noi sardi, ma non l’ho mai tirato fuori, la libertà è l’unica cosa che m’è rimasta e non voglio perderla» (nella foto Ansa, un senzatetto dorme su una panchina nella vecchia stazione Tiburtina, oggi ristrutturata).

«Leggo Ken Follet e Faletti in biblioteca»

La nuova vita è più impegnativa di quanto noialtri immaginiamo: appuntamenti di sopravvivenza. Ciò che nel mondo di qua è banale, nel mondo di là richiede concentrazione. «La doccia, perché a me piace essere pulito. Facevo chilometri per lavarmi. Lunedì a Trastevere, martedì in via Anicia, mercoledì a Lunghezza… Fatta la doccia, ti danno anche la colazione, e a quel punto cominci a camminare per il pranzo. A Roma se t’organizzi nemmeno dimagrisci, puoi pranzare due volte in un’ora in due mense diverse. Al pomeriggio avevo fatto la tessera alla biblioteca Rispoli, dietro piazza Venezia. Leggevo, leggo: quotidiani, Ken Follet, Faletti, legal thriller, a casa avevo sei o settecento libri. Prima di sera, ci si ricomincia a muovere per la cena, nuovo giro. Raccattavo i giornali dai treni, li rivendevo a 50 centesimi, la gente se li compra. Ho fatto una cinquantina di inventari a Boccea e a Lunghezza, devi catalogare la merce, in un inverno ti fai pure mille euro. Però stai tutta la notte in giro. Allora dormi sul tram. Pigli il 3 all’Ostiense fino a Valle Giulia, un’ora e dieci all’andata, un’ora e dieci al ritorno, dormi al calduccio. Devi muoverti, insomma. Se stai fermo, non sopravvivi» (nella foto Jpeg sotto, una delle stanze attrezzate per i barboni da Sant’Egidio a Trastevere).

Allergico alla carità, ma poi si è arreso

Ma non dura molto la concentrazione, ci si lascia andare. «Ho retto tre mesi, poi stavo crollando. Ho incontrato Fabio». Fabio è un tipo dalla faccia grande e buona che, mentre parliamo, distribuisce i ticket della mensa sul portone di via Dandolo. E’ il suo primo contatto con Sant’Egidio. «Non volevo venire, non mi piace la carità. Molti non vogliono. Se cresci un cucciolo per strada, quello scappa dal salotto. Devi starci in mezzo, ai barboni, per capire come gli funziona la testa». Il 10 dicembre 2014, s’arrende. Entra nel rifugio di Santa Maria in Trastevere, lì si dorme in undici. Ora che la vita sta cambiando, lo aspetta un centro permanente, con quattro compagni.

Sogni che domani sia com’era ieri, quando avevi la dignità

Lui sogna ancora una casa, sogna che domani sia com’era ieri, «quando avevo la dignità d’un uomo, il lavoro». Sperare, no, la parola è troppo impegnativa. «Spererei nella rivoluzione, ma sono vecchio. Speravo in Dio, più che credergli. Beh, ci ho pensato più volte di farla finita, specie all’inizio. Ogni tanto mi piglia la malinconia. Ma sono tosto, sono sardo, passa». Passa, sì. Però per la prima volta in un’ora gli occhialini si velano un po’.

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